
KEY POINTS
- Il valore reale di una consulenza esperta deriva dalla competenza accumulata, non dal tempo di esecuzione.
- Le tariffe professionali devono remunerare il capitale della conoscenza tacita per tutelare la sostenibilità della categoria.
- Svalutare economicamente la rapidità risolutiva disincentiva lo sviluppo di competenze specialistiche complesse nelle future generazioni lavorative.
Parigi, anni Cinquanta. Picasso è seduto in un caffè di Saint-Germain. È già Picasso, un’istituzione vivente, un signore tarchiato e abbronzato che la gente riconosce per strada. Una signora si avvicina al tavolo. È distinta, ben vestita, una di quelle che a Parigi si possono permettere di disturbare un grande pittore. Gli chiede un favore. Mi farebbe un piccolo disegno? Qualcosa di suo, da portare a casa, da incorniciare. Picasso annuisce. Prende il tovagliolo del caffè, tira fuori una matita, e in trenta secondi traccia poche linee sicure. Una colomba, forse. O un volto. Glielo porge.
La signora è felice. Sorridendo chiede quanto deve. Picasso propone una cifra spropositata. La signora protesta. “Ma maestro, ci avete messo solo trenta secondi.” E Picasso, secondo la versione più nota della storia, risponde così. “No, signora. Ci ho messo quarant’anni”.
L’aneddoto è probabilmente falso. La stessa battuta viene attribuita a Whistler, a Klimt, perfino a Michelangelo davanti alla cupola di San Pietro. Le storie troppo perfette per essere vere di solito non lo sono. Ma vale la pena chiedersi perché questa, fra tante, sopravviva. Perché si trasmetta da un lavoratore della conoscenza all’altro, da generazioni, in tutte le lingue. La risposta credo sia che la storia dice una cosa che la filosofia ha provato a dire da Aristotele in poi, ma che le persone non sanno ascoltare in forma filosofica. La sentono solo quando viene loro raccontata.
Cosa succede davvero nei trenta secondi del disegno?
Aristotele, nel sesto libro dell’Etica Nicomachea, distingueva fra tre forme di sapere. C’è l’epistēmē, la conoscenza teorica delle cose universali, quella dei matematici e dei filosofi. C’è la technē, la capacità tecnica di produrre oggetti secondo regole apprese. E c’è la phronēsis, la saggezza pratica, la capacità di vedere subito, nella situazione concreta, cosa va fatto. Quest’ultima, scriveva Aristotele, non si insegna nei libri. Si acquista vivendo, sbagliando, ricominciando. È la virtù degli esperti, ed è la più difficile da spiegare, perché chi la possiede vede ciò che gli altri non vedono. Per Aristotele, un giovane può essere matematico brillante, perché la matematica è epistēmē, ma non può essere veramente phronimos, perché la saggezza pratica richiede una sedimentazione del tempo che la giovinezza non ha avuto.
I cognitivisti contemporanei hanno trovato un altro nome per descrivere lo stesso fenomeno, riconoscimento di pattern. Quando un grande maestro di scacchi guarda una scacchiera, non analizza una mossa alla volta. Vede il posizionamento come un musicista vede uno spartito, o come un radiologo esperto vede una lastra. La risposta arriva prima del ragionamento, perché il ragionamento è già accaduto, dentro di lui, migliaia di volte in partite precedenti. Michael Polanyi, filosofo della scienza ungherese trapiantato in Inghilterra, ha definito questo sapere tacit knowledge. Sappiamo più di quello che possiamo dire. Il sapere dell’esperto non vive nel manuale, vive nel corpo e negli automatismi. Quando un consulente esperto legge un dossier e in trenta secondi sa che la valutazione di sensibilizzazione cutanea non reggerà, non sta consultando una checklist mentale. Sta riconoscendo un pattern. Quel riconoscimento è il prodotto compresso di anni di pattern simili visti e digeriti.
Picasso, davanti al tovagliolo, non sta disegnando per la prima volta. Sta richiamando, in trenta secondi, tutti i disegni che ha fatto da quando aveva tredici anni. Tutti i segni cancellati, tutti i ritratti riusciti male e poi riusciti bene, tutti gli studi di anatomia, tutti i nudi del periodo blu, tutti i volti cubisti smontati e rimontati. Ogni gesto della sua mano in quei trenta secondi è la versione compressa di un quarantennio di gesti. È un atto presente che porta dentro di sé tutto il passato dell’artista. Quando lo dice alla signora, non sta facendo una battuta. Sta enunciando una verità ontologica sul modo in cui il tempo si comporta nella maestria.
A questo punto entra in scena Seneca, che ha pensato il tempo come pochi nella storia della filosofia. Nel De brevitate vitae, scritto intorno al 49 dopo Cristo, il filosofo cordovano contesta l’idea, diffusa allora come oggi, che la vita sia troppo breve. La vita, dice, non è breve. È solo malspesa. Vita, si uti scias, longa est. La vita è lunga, se la sai usare. Gli uomini si lamentano del tempo che corre, ma sono pronti a regalarne quote infinite a chiunque la chieda. Difendono con cura il proprio denaro, e dissipano con leggerezza il proprio tempo, l’unica cosa, scrive Seneca, di cui sarebbe lecito essere avari.
C’è un passaggio del De brevitate che è la chiave del nostro discorso, ed è meno citato di altri. Seneca distingue tre tempi nella vita di un uomo. Il passato, il presente, il futuro. Il futuro è incerto e non ci appartiene. Il presente è breve e fugge mentre lo viviamo. Solo il passato è veramente nostro, perché nessuno ce lo può togliere, e perché in esso la fortuna non ha più potere. Il passato è la sola dimensione del tempo che il saggio può possedere interamente. Per questo, conclude Seneca, il saggio ha vissuto a lungo anche se gli anni sono stati pochi. Ha raccolto il proprio tempo. Lo possiede.
Adesso torniamo a Picasso e ai trenta secondi sul tovagliolo. Quello che il pittore offre alla signora non è il presente di un gesto rapido. È il passato accumulato di una vita di lavoro, reso disponibile in forma compressa. La sua mano disegna nel presente, ma quello che disegna è la somma esatta delle sue ore precedenti. Quando Picasso dice “quarant’anni”, non sta esagerando per amor di battuta. Sta nominando con precisione la materia di cui è fatto il disegno. Sta dicendo, in linguaggio quotidiano, ciò che Aristotele chiamava phronēsis, ciò che Polanyi chiamava tacit knowledge, ciò che Seneca chiamava tempo raccolto.
Per chi fa una professione fondata sull’esperienza, e la consulenza regolatoria è una di queste, la lezione è di chiarezza disarmante. Quando un consulente con vent’anni di mestiere risolve in quindici minuti un problema su cui altri si sono arenati per settimane, non sta vendendo quindici minuti. Sta cedendo, in forma compressa, una porzione del proprio passato. Quel passato non è retorica, è una sostanza concreta. È fatto di letture, di errori, di osservazioni di autorità studiate riga per riga, di discussioni con colleghi più esperti, di sere passate a riscrivere una valutazione del rischio perché le parole, anche se tecnicamente corrette, non erano abbastanza chiare. È il tempo raccolto a cui Seneca alludeva. È, alla lettera, il capitale dell’esperto.
Ci sono due conseguenze che da qui discendono, ed è importante affrontarle senza giri di parole, perché altrimenti il discorso scivola dove non vorrebbe scivolare. La prima è che il tariffario di un consulente esperto non misura il presente, misura il passato. La cifra che mette sulla parcella non corrisponde solo alle ore lavorate sul caso, corrisponde alla quota del proprio tempo accumulato che ha messo a disposizione del cliente. Si capisce allora perché la frase “ma è stata solo una telefonata di mezz’ora” sia, oltre che un fraintendimento, una piccola scortesia involontaria. Stiamo dicendo, senza saperlo, “tu hai trent’anni di vita professionale, ma a me interessa solo la frazione che hai speso al telefono con me, le altre erano per fatti tuoi”. Letta così, la frase suona diversa. È un tentativo, in buona fede ma reale, di pagare il presente sottraendolo al suo retroterra. Cosa che Picasso, sul tovagliolo, ha rifiutato di lasciar passare.
La seconda conseguenza è più ampia e ci riguarda come comunità professionale. Quando un consulente accetta di scontare il proprio passato perché non sa nominarlo, contribuisce a un fenomeno che da decenni gli studiosi del lavoro descrivono con preoccupazione, lo schiacciamento del valore dell’esperienza. In settori in cui la qualità del risultato dipende dalla phronēsis aristotelica, dal sapere tacito di Polanyi, dal passato accumulato di Seneca, accettare di essere pagati come se fossimo esecutori del solo presente significa contribuire alla scomparsa di una categoria. Una professione in cui l’esperienza non viene riconosciuta a livello tariffario è una professione in cui, alla lunga, i giovani non investiranno tempo per accumularla, perché il mercato segnala loro che non sarà ripagata. Difendere il proprio prezzo, in questo senso, non è egoismo. È un piccolo atto di cura verso chi verrà dopo.
Quello che ho scritto fino a qui non è un’apologia delle parcelle alte. È, al contrario, un invito a vedere con chiarezza che cosa si scambia in una transazione di consulenza esperta. Non un’ora di lavoro, ma una porzione di vita raccolta. Picasso non era preoccupato di passare per arrogante quando ha nominato i suoi quarant’anni, era preoccupato di non passare per disonesto. Sapeva che vendere il tovagliolo per il prezzo di una consumazione avrebbe significato mentire alla signora sulla natura di quello che le stava dando. La dignità del prezzo, in lui, era una forma di rispetto. Verso il proprio passato, verso la cliente, verso il disegno stesso.
Seneca, qualche secolo prima, l’aveva detto in una formula latina che vale la pena ricordare per intero. Omnia, Lucili, aliena sunt, tempus tantum nostrum est. Tutto, Lucilio, ci è estraneo, solo il tempo è nostro. È la prima lettera del libro a Lucilio, una delle frasi più importanti che siano state scritte sulla natura della vita umana. Quando un esperto vende il proprio tempo, e ne fissa con dignità il prezzo, sta semplicemente nominando l’unica cosa che davvero possiede. Picasso, sul tovagliolo, l’aveva firmato.
Sono Fabio Lunghi, Chimico con Master in ‘Valutazione e controllo del rischio tossicologico’ all’Università di Pavia. Aiuto le aziende a navigare il complesso mondo della conformità normativa (REACH, CLP, Biocidi) attraverso consulenze mirate, valutazioni del rischio e formazione.