
Un’immagine tratta dal film Cattive acque (2019): l’incontro tra l’allevatore Wilbur Tennant (Bill Camp) e l’avvocato Robert Bilott (Mark Ruffalo) segna l’inizio della lunga battaglia legale per portare alla luce il grave scandalo ambientale in West Virginia.
KEY POINTS
- I PFAS sono composti chimici indistruttibili che hanno contaminato in modo universale il sangue della popolazione mondiale.
- Un vasto studio su 70.000 individui ha correlato l’esposizione al PFOA a sei patologie, inclusi tumori.
- Questa emergenza sanitaria ha spinto l’Europa a proporre la restrizione universale di diecimila PFAS tramite REACH.
C’è una scena all’inizio di Cattive acque che vale tutto il film. Un avvocato di Cincinnati, scrivanie lucide, targhe delle multinazionali alle pareti, riceve un visitatore inatteso. È un allevatore del West Virginia. Ha gli stivali sporchi di fango, una giacca a quadri, e una scatola di cartone sotto il braccio. Posa la scatola sul tavolo e ci tira fuori una pila di videocassette VHS. “I miei vitelli stanno morendo. E lì dentro c’è il perché.” L’avvocato, Robert Bilott, lo guarda perplesso. Difende le grandi industrie chimiche dalle cause ambientali, è la persona meno adatta a cui rivolgersi. Ma il contadino è amico di sua nonna che lo ha mandato lì. Per gentilezza familiare, Bilott apre il fascicolo.
Quella scena, accaduta davvero nell’estate del 1998, ha messo in moto la più grande causa ambientale della storia americana e ha cambiato il modo in cui il mondo guarda a un’intera classe di sostanze chimiche, i PFAS. Vale la pena tornarci sopra, sette anni dopo l’uscita del film, perché la storia è tutt’altro che chiusa.
Le mucche sono il punto di partenza. L’allevatore si chiama Wilbur Tennant, vive a Parkersburg, West Virginia, e la sua proprietà confina con una discarica della DuPont. Dalla discarica scorre un piccolo ruscello, il Dry Run, da cui le sue bestie bevono. Dagli anni Ottanta il bestiame ha iniziato a comportarsi in modo strano. Vomito, denti che cadono, attacchi di aggressività improvvisa. Tennant ne ha aperte alcune dopo la morte. Gli organi interni avevano un colore innaturalmente verde. Le videocassette che ha portato a Bilott sono il suo archivio. Più di centocinquanta capi morti in pochi anni. Centocinquanta. Li ha filmati tutti.
Quello che Bilott scopre nei mesi successivi è la vera materia del film. Esercita il diritto alla discovery legale, costringe la DuPont a consegnare gli archivi interni dello stabilimento di Washington Works, e in quei faldoni una sigla ricorre ovunque. C8.
Conviene fermarsi un momento per capire cosa siano i PFAS e cosa sia il C8, perché senza un minimo di chimica la storia perde di significato.
I PFAS, in inglese per- and polyfluoroalkyl substances, sono una famiglia di sostanze sintetiche che non esistono in natura. La loro caratteristica chimica è semplice da descrivere e brutale nelle conseguenze. Sono catene di atomi di carbonio in cui gli atomi di idrogeno sono stati sostituiti, in tutto o in parte, da atomi di fluoro. Il legame fra il carbonio e il fluoro è uno dei legami chimici più forti che si conoscano in chimica organica. Per romperlo serve una quantità di energia che la natura, da sola, non riesce praticamente a fornire. Il sole non lo fa, l’acqua non lo fa, gli enzimi dei batteri non lo fanno. Quasi nulla lo fa. Questa stabilità estrema, voluta dai chimici industriali per ottenere materiali che resistessero al fuoco, all’acqua e all’olio, ha un costo che gli stessi chimici non avevano calcolato. Una volta nell’ambiente, i PFAS non se ne vanno più. Da qui il nome con cui i giornali americani hanno iniziato a chiamarli intorno al 2018, forever chemicals. Sostanze chimiche eterne.
Il C8 è uno di loro. Il nome industriale viene dagli otto atomi di carbonio che ne formano la spina dorsale. Il nome ufficiale è acido perfluoroottanoico, in inglese PFOA, formula CF3(CF2)6COOH. Sette dei suoi otto carboni sono completamente fluorurati, l’ottavo termina in un gruppo carbossilico. È un tensioattivo, cioè una sostanza che riduce la tensione superficiale dell’acqua, e ha la proprietà inusuale di respingere sia l’acqua sia l’olio. La DuPont lo usa dal 1951 nello stabilimento di Washington Works come ausiliario nella produzione del Teflon, lo strato antiaderente delle padelle. Ne produce migliaia di tonnellate. Una parte finisce nelle padelle, gran parte finisce nei fanghi di lavorazione, nei fumi delle ciminiere, nelle acque di scarico. Negli anni Ottanta la DuPont apre la discarica del Dry Run e ci riversa tonnellate di rifiuti contenenti C8. Da lì il C8 percola nel ruscello da cui bevono le mucche di Tennant.
Nei faldoni dell’azienda, Bilott trova qualcosa che fa drizzare la schiena. Dagli anni Sessanta i laboratori interni della DuPont, gli Haskell Laboratories, documentano effetti tossici nei lavoratori esposti al C8. Negli anni Ottanta studi interni sui ratti mostrano tumori. Negli anni Novanta i campionamenti aziendali mostrano che il C8 è ovunque, nel sangue dei lavoratori, nelle acque potabili dei comuni circostanti, perfino nel sangue di persone che non hanno mai messo piede in fabbrica. La DuPont, secondo quei documenti, sapeva. E non aveva mai comunicato nulla alle autorità di regolazione.
Qui il film tocca una questione che a noi europei, abituati al REACH, suona quasi incredibile. Negli Stati Uniti, fino al 2016, la legge sulle sostanze chimiche industriali, il Toxic Substances Control Act del 1976, lavorava al contrario di come funziona REACH. Le sostanze commercializzate prima del 1976 erano automaticamente considerate sicure. Quelle nuove dovevano essere notificate, ma non testate prima della commercializzazione, salvo richiesta esplicita dell’EPA. Era l’azienda a dover comunicare i rischi sostanziali, e solo quando li riteneva tali. Il C8, immesso sul mercato nel 1951, era cresciuto dentro questa logica. La DuPont sosteneva di non aver mai trovato evidenze tali da far scattare l’obbligo di notifica. Bilott dimostrerà, documento dopo documento, il contrario. È una storia che ogni professionista che lavora con il no data, no market europeo dovrebbe avere ben presente, perché la nostra cornice nasce, fra le altre cose, proprio dalla volontà di evitare il prossimo Parkersburg.
Nel 2004, in seguito a una causa collettiva intentata dai residenti del Mid-Ohio Valley, la DuPont accetta un settlement che prevede il finanziamento di uno studio epidemiologico di portata senza precedenti. Si chiamerà C8 Health Project, e successivamente C8 Science Panel. Quasi settantamila abitanti accettano di fare un prelievo di sangue in cambio di un piccolo compenso. Tre epidemiologi indipendenti, scelti di comune accordo dalle parti, lavorano per sette anni sui dati. Alla fine del 2012 pubblicano i loro risultati. Sei condizioni mostrano un probable link con l’esposizione al C8. Cancro al rene, cancro ai testicoli, malattia tiroidea, colite ulcerosa, ipercolesterolemia, ipertensione indotta dalla gravidanza. È il più grande studio epidemiologico mai condotto su una singola sostanza chimica industriale, e i suoi risultati sono diventati parte integrante della base scientifica su cui poggiano le valutazioni regolatorie europee dei PFAS.
Da quel momento la storia si è allargata. Nel 2009 il PFOS è inserito tra i POP della Convenzione di Stoccolma, nel 2019 lo è anche il PFOA. Nel 2020 EFSA pubblica una tolerable weekly intake per la somma di quattro PFAS pari a 4,4 nanogrammi per chilogrammo di peso corporeo, un valore così basso da segnalare un cambio di paradigma. Si basa sull’immunotossicità nei bambini, in particolare sulla riduzione della risposta anticorpale ai vaccini infantili documentata negli studi di Philippe Grandjean sulla coorte delle Isole Faroe. Nel 2023 cinque Paesi europei, Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia, propongono la restrizione universale di oltre diecimila PFAS sotto REACH. Nel marzo 2026 il Comitato per la Valutazione dei Rischi di ECHA adotta l’opinione finale a sostegno della restrizione. La consultazione pubblica sulla bozza di opinione del Comitato Socioeconomico si concluderà a fine maggio.
Wilbur Tennant non ha visto nulla di tutto questo. È morto di cancro nel 2009, due anni prima che il C8 Science Panel pubblicasse i primi risultati. Anche sua moglie è morta poco dopo, anche lei di cancro. La causa che era partita dalle loro mucche aveva fatto, nel frattempo, il giro del mondo. I dati di biomonitoraggio del Centers for Disease Control americano e dell’iniziativa europea HBM4EU concordano. Nel sangue di sostanzialmente ogni essere umano oggi vivente sulla Terra circolano PFAS. Bambini, adulti, anziani. Abitanti delle metropoli e abitanti dei villaggi alpini. Lavoratori chimici e suore di clausura. Le concentrazioni cambiano, ma la presenza è universale. Il legame carbonio-fluoro che le industrie hanno scelto per fare padelle antiaderenti, vestiti impermeabili e schiume antincendio è la firma di un’epoca chimica nuova, in cui non esiste più una baseline pulita. Quando Bilott ha aperto la scatola di videocassette di Wilbur Tennant, nel 1998, stava in realtà aprendo una scatola che lo riguardava personalmente. Anche nel suo sangue, anche in quello dei suoi figli, anche in quello del cane sotto la sua scrivania, c’era e c’è una piccola quantità di PFAS.
Le mucche di Wilbur Tennant erano la sentinella di un avvelenamento lento che, nel frattempo, aveva già raggiunto tutti noi. Per questo, sette anni dopo l’uscita del film, Cattive acque resta una storia che vale la pena raccontare. E che vale la pena finire.
Riferimenti
Dark Waters (titolo italiano Cattive Acque), regia di Todd Haynes, 2019. Il film è basato sull’articolo di Nathaniel Rich pubblicato sul New York Times Magazine del 6 gennaio 2016, “The Lawyer Who Became DuPont’s Worst Nightmare“, e sul libro di Robert Bilott Exposure, Atria Books, 2019. C8 Science Panel, Probable Link Evaluations, 2011-2012.
EFSA CONTAM Panel, “Risk to human health related to the presence of perfluoroalkyl substances in food”, EFSA Journal, 18(9), 2020.
ECHA, dossier di restrizione universale dei PFAS, aggiornamento 2025-2026. Dati di biomonitoraggio CDC NHANES e progetto HBM4EU della Commissione europea.
Sono Fabio Lunghi, Chimico con Master in ‘Valutazione e controllo del rischio tossicologico’ all’Università di Pavia. Aiuto le aziende a navigare il complesso mondo della conformità normativa (REACH, CLP, Biocidi) attraverso consulenze mirate, valutazioni del rischio e formazione.