Restrizione PFAS: cosa dicono i pareri di RAC e SEAC

KEY POINTS

  • Il divieto totale proposto eviterebbe 3,3 milioni di tonnellate di emissioni di PFAS, pari a una riduzione del 96%.
  • Il SEAC ritiene il divieto totale sproporzionato per i costi, suggerendo deroghe mirate di 6,5 o 13,5 anni.
  • La Commissione europea dovrà bilanciare il rigore scientifico del RAC con la flessibilità socioeconomica richiesta dal SEAC.

A fine marzo l’ECHA ha pubblicato un passaggio decisivo nel percorso della restrizione PFAS sotto REACH. Si tratta del parere finale del Comitato per la Valutazione dei Rischi, il RAC, adottato il 2 marzo 2026, e del parere preliminare del Comitato per l’Analisi Socioeconomica, il SEAC, concordato il 10 marzo. La proposta originaria, presentata congiuntamente da Germania, Paesi Bassi, Danimarca, Norvegia e Svezia nel gennaio 2023, è la più ampia mai discussa nell’ambito del regolamento REACH e copre circa diecimila sostanze, definite secondo l’approccio OECD del 2021 come qualsiasi composto contenente almeno un atomo di carbonio metilico o metilenico completamente fluorurato. La consultazione pubblica sul parere preliminare del SEAC resta aperta fino al 25 maggio 2026; poi seguirà il parere definitivo e la palla passerà alla Commissione europea.

Il parere del RAC: il rischio c’è e la restrizione è appropriata

Il RAC si esprime in modo netto. La restrizione proposta è considerata la misura più appropriata su scala unionale per affrontare i rischi associati ai PFAS, a condizione che vengano accolte alcune modifiche tecniche. Il fondamento del giudizio è la persistenza estrema di queste sostanze, conseguenza diretta dell’elevata stabilità del legame carbonio fluoro, il più forte tra i legami carbonio alogeno. A questa proprietà si sommano mobilità ambientale, capacità di trasporto a lunga distanza, bioaccumulo, tossicità e, per i gas fluorurati, un significativo potenziale di riscaldamento globale. Il Comitato sottolinea che l’eterogeneità della famiglia non indebolisce l’approccio di gruppo, perché tutti i PFAS o sono persistenti di per sé o si trasformano in prodotti di degradazione altrettanto persistenti, i cosiddetti arrowhead, primo fra tutti il TFA, già rilevato in concentrazioni crescenti nelle acque europee.

Sul piano dei numeri, il RAC stima che un divieto pieno con periodo transitorio di 18 mesi, lo scenario indicato come RO1, eviterebbe circa 3,3 milioni di tonnellate di emissioni nei trent’anni successivi, pari a una riduzione del 96 per cento rispetto allo scenario di base. L’introduzione del pacchetto di deroghe proposto inizialmente dai cinque Stati membri, definito RO2, abbasserebbe l’efficacia al 76 per cento, generando circa 700.000 tonnellate aggiuntive di emissioni. Da qui la posizione molto rigorosa del Comitato: tra tutte le deroghe presentate, il RAC ne sostiene esplicitamente una sola, quella per i dispositivi di protezione individuale e i relativi agenti di impregnazione, motivata dalla necessità di non compromettere la sicurezza dei lavoratori. Per ogni eventuale ulteriore deroga che i decisori politici dovessero mantenere, il RAC chiede misure di gestione del rischio aggiuntive: etichettatura visibile sui prodotti, istruzioni per l’uso e lo smaltimento sicuro, comunicazione efficace lungo la catena di fornitura, piani di gestione PFAS sito specifici con monitoraggio delle emissioni e obblighi di rendicontazione annuale all’ECHA.

Il Comitato esprime poi una posizione importante sull’esclusione di alcune sottocategorie di PFAS proposte come totalmente degradabili, ovvero quelle contenenti gruppi strutturali del tipo CF3-X. Le evidenze fornite dai proponenti non sono ritenute sufficienti per giustificare una deroga di gruppo: alcuni studi citati, secondo il RAC, mostrano addirittura la formazione di metaboliti potenzialmente persistenti, come nel caso di un derivato difluorometilenediossi già classificato come molto persistente in sede di valutazione del fitofarmaco fludioxonil. Sui limiti di concentrazione il RAC accetta i valori proposti, ovvero 25 ppb per il singolo PFAS, 250 ppb per la somma misurata in analisi mirata e 50 ppm per il fluoro totale, ma ammette che il limite di 25 ppb non è oggi raggiungibile per tutti i PFAS con i metodi analitici disponibili e chiede una strategia di enforcement armonizzata a livello europeo.

Il parere del SEAC: la proporzionalità impone le deroghe

Il SEAC condivide l’analisi del rischio, ma cambia prospettiva quando si passa alla valutazione costi benefici. Pur riconoscendo che il divieto totale RO1 sarebbe la misura più efficace dal punto di vista ambientale, il Comitato conclude che molto probabilmente non è proporzionato sul piano socioeconomico, perché in diversi settori non esistono ancora alternative tecnicamente ed economicamente praticabili e i costi di sostituzione supererebbero i benefici attesi nel breve periodo. La soluzione che il SEAC ritiene più equilibrata è dunque un divieto con deroghe mirate, limitate nel tempo e concesse solo dove i costi sociali superino i benefici della messa al bando immediata. La maggior parte delle deroghe ipotizzate ha durata di sei anni e mezzo o tredici anni e mezzo dall’entrata in vigore, in funzione della maturità delle alternative disponibili.

Particolarmente delicato è il tema degli otto settori aggiunti dai proponenti dopo la consultazione pubblica del 2023, che includono applicazioni industriali, militari, esplosivi, tessili tecnici e usi industriali più ampi. Per questi settori i due Comitati non hanno potuto svolgere una valutazione approfondita entro i tempi disponibili, e il SEAC raccomanda quindi una deroga temporanea generalizzata in attesa che venga completata l’analisi specifica. Il SEAC sostiene in linea di principio le misure aggiuntive di gestione del rischio raccomandate dal RAC, ma segnala di non disporre di elementi sufficienti per valutarne la proporzionalità in termini di costi e benefici, ed esprime preoccupazioni sulla applicabilità concreta di alcuni obblighi, come i piani di gestione sito specifici, suggerendo che linee guida operative ben costruite potrebbero attenuare le criticità. Il Comitato considera infine i limiti di concentrazione adeguati allo stato attuale dei metodi analitici e ritiene che la restrizione, nel suo complesso, sia attuabile, gestibile e applicabile.

Cosa succede adesso

I due pareri costituiscono la base scientifica e socioeconomica su cui la Commissione europea costruirà il regolamento finale. Dopo la chiusura della consultazione pubblica il 25 maggio 2026 il SEAC adotterà il parere definitivo, e a quel punto la Commissione proporrà il testo agli Stati membri. La distanza tra il rigore del RAC e la pragmaticità del SEAC, in particolare sul numero e sulla durata delle deroghe, è il vero terreno politico su cui si giocherà la versione finale della restrizione, che segnerà comunque la più ampia operazione regolatoria mai realizzata sotto REACH e un punto di svolta per l’industria chimica europea.