
KEY POINTS
- La revisione del regolamento REACH è stata accantonata a favore di mirati interventi di semplificazione.
- Salta l’obbligo di registrazione per ottantamila polimeri e la valutazione degli effetti cumulativi per le miscele.
- Nonostante lo stop dettato dalla competitività industriale, la prossima Commissione europea potrebbe riaprire il dossier.
Il 27 aprile scorso, in una riunione della Commissione Ambiente del Parlamento europeo, la Commissaria Jessika Roswall ha pronunciato una frase che molti aspettavano e quasi nessuno voleva sentire. “We have come to the conclusion to not open REACH at this point“. Questa frase segna la fine di un percorso politico durato sei anni. La revisione del regolamento europeo sulle sostanze chimiche, annunciata in pompa magna nel 2020 come uno dei pilastri del Green Deal, è stata accantonata. Non cancellata, accantonata. La Commissione ha spiegato che si procederà con interventi di “semplificazione e modernizzazione” attraverso atti di esecuzione e modifiche degli allegati tecnici, strumenti che permettono di stringere o allentare qualche vite senza riaprire la porta principale (Legislative Train Schedule del Parlamento europeo, voce aggiornata al 20 aprile 2026; Chemical & Engineering News, 28 aprile 2026).
Per capire perché la notizia conta, conviene fare un passo indietro. Il REACH è il regolamento con cui l’Europa ha deciso, nel 2006, di mettere ordine nel mercato delle sostanze chimiche. La regola di base è semplice e rivoluzionaria insieme: chi produce o importa una sostanza in quantità rilevante deve dimostrarne le proprietà e gli usi sicuri, depositando un dossier presso ECHA. No data, no market. Da allora abbiamo imparato a conoscere meglio decine di migliaia di molecole che prima circolavano nell’ombra. Quando una sostanza preoccupa, il REACH consente di limitarne l’uso o di vietarlo del tutto. Il sistema ha i suoi difetti, è lento, è complesso, è stato spesso criticato. Ma è anche il motivo per cui in Europa molte sostanze problematiche sono state retrocesse dal mercato, mentre in altre parti del mondo continuano a circolare liberamente.
Vale la pena chiarirlo subito, il REACH non è stato eliminato. Continua a funzionare, continua a produrre dati sulle sostanze, continua ad aggiungere voci alla Candidate List delle sostanze estremamente preoccupanti, continua a produrre restrizioni. Proprio in queste settimane il dossier PFAS è entrato nella sua fase più delicata, con le opinioni dei comitati scientifici dell’ECHA. La macchina lavora. Quello che è stato bloccato è la riforma del regolamento, non il regolamento.
Il distinguo non è retorico. Senza la riforma, una serie di novità che la Commissione stessa aveva promesso resta sulla carta. Vale la pena ricordare quali, perché aiutano a misurare cosa ci stiamo perdendo. La Chemicals Strategy for Sustainability del 2020, il documento programmatico che lanciò il processo, conteneva quattro o cinque idee forti (Comunicazione COM(2020)667 final).
La prima era estendere la registrazione ai polimeri, una famiglia che da sola comprende circa ottantamila sostanze finora rimaste fuori dal sistema, tra cui buona parte delle materie plastiche che usiamo tutti i giorni. La seconda era introdurre un Mixture Assessment Factor, un fattore correttivo che riconoscesse finalmente nel diritto quello che ogni tossicologo sa, e cioè che siamo esposti a cocktail di centinaia di sostanze e non a una alla volta. La terza era una procedura accelerata per togliere dai prodotti di consumo gli interferenti endocrini più pericolosi, lasciandoli accessibili solo per usi ritenuti essenziali. La quarta era unificare le valutazioni che oggi diverse agenzie europee fanno in parallelo, secondo il principio “una sostanza, una valutazione”. L’insieme di queste misure avrebbe portato il REACH nell’epoca degli omics, dei metodi alternativi al test su animali, dell’analisi cumulativa dell’esposizione. Senza la riforma, restiamo nel paradigma del 2006.
Cos’è successo fra l’annuncio e la rinuncia? È successo che il vento è cambiato, nel nome della competitività. Il rapporto di Mario Draghi del 2024 sul futuro economico europeo ha consolidato l’idea che il continente abbia un problema strutturale di crescita rispetto a Stati Uniti e Cina, e che parte della cura debba passare da una riduzione dell’onere regolatorio. La Presidente von der Leyen, al secondo mandato, ha fatto della deregolamentazione una delle parole d’ordine del nuovo corso. “Siamo tutti d’accordo che ci serve semplificazione, ci serve deregolamentazione”, ha detto al Copenhagen Competitiveness Summit nell’ottobre 2025. Le associazioni industriali, in particolare il VCI tedesco, hanno accolto la decisione di aprile con un comunicato che parlava di un messaggio “finalmente ricevuto” e ricordava che “la competitività ha bisogno di respiro, non di un altro assalto regolatorio” (C&EN, 28 aprile 2026). Nel frattempo la valutazione di impatto della revisione aveva incontrato problemi presso il Regulatory Scrutiny Board della Commissione, e la finestra politica si era progressivamente ristretta.
Bisogna riconoscere che questi argomenti hanno una loro forza, e ignorarli sarebbe disonesto. L’industria chimica europea attraversa una crisi seria, schiacciata fra costi energetici raddoppiati dopo il 2022, prezzi delle materie prime erratici e una concorrenza extraeuropea che gioca con regole molto diverse. Il REACH del 2007 mostra in più punti la corda di un’epoca pre-omics, pre-NAMs, pre-intelligenza artificiale. Una riforma fatta male avrebbe potuto produrre un sistema più complesso senza renderlo più efficace. La cautela ha ragioni che meritano di essere prese sul serio.
Ma proprio perché la complessità va presa sul serio, va detto anche il resto. La rinuncia di aprile 2026 non è una pausa tecnica. È una scelta politica, e ha un costo che qualcuno paga, anche se in modo distribuito e poco visibile. I polimeri restano fuori dalla registrazione obbligatoria, e questo significa che continueremo a sapere poco delle proprietà tossicologiche e ambientali di buona parte delle plastiche che ci circondano. Il Mixture Assessment Factor resta nei paper accademici, mentre l’esposizione combinata rimane una realtà biologica che la legge ignora per scelta. Gli interferenti endocrini negli oggetti di consumo continueranno a essere ritirati uno per uno, con tempi medi di sette o otto anni dall’identificazione alla restrizione. Tempi durante i quali un bambino nasce, cresce e arriva alle elementari.
Le ONG ambientaliste come CHEM Trust hanno reagito alla notizia in modo meno catastrofista di quanto ci si potesse aspettare, ricordando che senza la riforma si potranno comunque rafforzare alcune disposizioni esistenti, e che l’energia regolatoria potrà ora concentrarsi sulla restrizione PFAS, che è la madre di tutte le battaglie chimiche di questi anni (C&EN, 28 aprile 2026). Da parte dei sostenitori della riforma, insomma, il tono è di realismo amareggiato, non di allarme.
La rinuncia non è poi giuridicamente definitiva. La prossima Commissione, in carica dal 2029, potrà riprendere il dossier, e diversi parlamentari europei lo hanno già annunciato. Sei anni di studi, consultazioni, rapporti tecnici e dialoghi con gli stakeholder non spariscono. Restano nei cassetti, pronti a essere rispolverati quando il vento politico cambierà di nuovo, come prima o poi sempre fa. Riaprire il dossier nel 2030 vorrà dire confrontarsi con un contesto forse ancora più difficile e con un Parlamento diverso, ma sarà tecnicamente possibile.
Non è la fine del REACH. Non è nemmeno la fine della sicurezza chimica europea, che resta fra le più avanzate del mondo. È la rinuncia, almeno per qualche anno, a portare quella sicurezza al passo con la scienza degli ultimi dieci anni.
Fonti citate
Comunicazione della Commissione COM(2020) 667 final, Chemicals Strategy for Sustainability Towards a Toxic-Free Environment, 14 ottobre 2020.
Parlamento europeo, Legislative Train Schedule, voce Revision of the REACH Regulation, aggiornata al 20 aprile 2026.
Chemical & Engineering News, “European lawmakers shelve major revision of REACH chemical regulation”, 28 aprile 2026; “EU simplification agenda will flood chemical regulation with changes”, 6 gennaio 2026.
Sono Fabio Lunghi, Chimico con Master in ‘Valutazione e controllo del rischio tossicologico’ all’Università di Pavia. Aiuto le aziende a navigare il complesso mondo della conformità normativa (REACH, CLP, Biocidi) attraverso consulenze mirate, valutazioni del rischio e formazione.