
KEY POINTS
- Il valore del consulente risiede nel gestire rigorosamente l’incertezza tecnica, evitando di vendere false certezze ai clienti.
- Le valutazioni tossicologiche impattano direttamente la salute umana, esigendo un’assunzione di responsabilità concreta da parte del professionista.
- L’indipendenza deontologica impone la trasparenza dei dati e il rifiuto di incarichi condizionati dalle pressioni commerciali.
Un collega mi ha detto una volta, a margine di un convegno, una cosa che mi è rimasta in testa per mesi: “Il nostro lavoro è vendere tranquillità”. Ci ho pensato a lungo. In parte aveva ragione, nel senso che un cliente si rivolge a noi per dormire sonni più tranquilli rispetto alla conformità normativa dei propri prodotti. Ma c’è un confine sottile fra vendere tranquillità e vendere illusioni, e quel confine passa esattamente per la questione etica.
Chi fa consulenza regolatoria nel settore chimico – che si tratti di REACH, CLP, biocidi o cosmetici – affronta ogni giorno decisioni che riguardano la salute delle persone. Lo fa con strumenti imperfetti, dati lacunosi e normative che si muovono sotto i piedi. Ne parliamo poco, di questa fragilità strutturale del nostro lavoro. Forse perché ammetterla ci spaventa, forse perché pensiamo che il cliente non voglia sentirla. Eppure è proprio da qui che bisogna partire.
Mettiamo subito le cose in chiaro. Nessun consulente ha tutte le risposte, e quelli che fanno finta di averle sono i più pericolosi. La tossicologia regolatoria non è matematica: non esistono soluzioni esatte. Lavoriamo con studi su ratti e topi la cui estrapolazione all’uomo è opinabile. Usiamo il read-across, che è uno strumento potente ma pieno di assunzioni che vanno dichiarate. Ci affidiamo a modelli QSAR sapendo benissimo che i loro domini di applicabilità hanno confini sfumati. E nel frattempo l’ECHA aggiorna le sue linee guida, gli Stati Membri le interpretano ciascuno a modo proprio, e ogni tanto salta fuori un endpoint nuovo che rimette in discussione valutazioni che credevamo consolidate.
In questo scenario il valore aggiunto del consulente non sta nel dare certezze. Sta nel saper navigare l’incertezza con rigore e nel comunicarla con chiarezza. Un Chemical Safety Report che spiega dove i dati sono robusti e dove poggiano su analogie ragionate vale dieci volte di più di uno che presenta tutto con la stessa sicurezza fasulla. Ma provate a dirlo a un’azienda che ha fretta di registrare una sostanza. “Mi scusi, dottore, ma io ho bisogno di sapere se la mia sostanza è sicura o no.” E tu lì a spiegare che “sicura” non è un concetto binario, che il margine di esposizione è una stima, che la classificazione potrebbe cambiare se si usano criteri diversi per interpretare quello studio sulla genotossicità. Servono competenze comunicative che nessun corso di laurea in chimica ci ha mai insegnato.
C’è anche un problema di ego, diciamolo. Chi si è costruito una carriera sull’immagine del professionista infallibile resta intrappolato in quel ruolo. Quando arriva il problema che non sa risolvere, e capita a tutti, non riesce a fare la cosa più intelligente: chiedere aiuto, coinvolgere un collega con competenze diverse, dire al cliente “su questo punto specifico mi serve il parere di un ecotossicologo”. La paura di sembrare inadeguati diventa un ostacolo all’onestà intellettuale.
Ho letto Rischiare grosso di Nassim Nicholas Taleb (Skin in the Game) e devo ammettere che diverse pagine mi hanno messo a disagio. Taleb ha un modo brutale di porre le questioni: se dai consigli senza subire le conseguenze di quei consigli, stai facendo qualcosa di moralmente dubbio. Fine. Non ci sono scappatoie eleganti.
L’immagine che usa è efficace nella sua crudezza. Il chirurgo rischia la carriera ogni volta che opera. Se sbaglia, le conseguenze sono immediate e visibili. Il consulente, invece? Formula il parere, emette fattura, passa al progetto successivo. Quando quel parere si rivela sbagliato, quando l’autorità competente smonta il dossier, quando il prodotto crea problemi dopo l’immissione in commercio, il consulente è già altrove. Questa asimmetria è il cuore della critica di Taleb. Non si tratta solo di soldi: c’è il rischio reputazionale, quello legale, e in alcuni ambiti quello che Taleb chiama esistenziale.
Trasportato nel nostro mondo, il ragionamento fa male perché è vero. Una valutazione eseguita con superficialità non è un documento astratto: determina le condizioni di esposizione per persone in carne e ossa. Operai in fabbrica, consumatori al supermercato, bambini che giocano su superfici trattate con biocidi. La distanza fra noi e queste conseguenze è il problema.
Taleb ha anche una proposta costruttiva, quella che chiama Regola d’Argento. Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te. Sembra una banalità da catechismo, ma applicatela davvero al vostro ultimo lavoro. Se foste voi a usare quel cosmetico, firmereste la stessa valutazione? Se i vostri figli frequentassero quella scuola appena disinfestata, sareste soddisfatti del vostro dossier biocidi? Fatevi queste domande sul serio, non come esercizio retorico, e vedrete che qualcosa si muove.
Un’ultima osservazione su Taleb, che considero la più provocatoria. Secondo lui l’etica della simmetria è più efficace delle regolamentazioni. Le norme si aggirano, lo sappiamo tutti, inutile far finta di nulla. Ma chi deve rispondere personalmente dei propri errori tende ad alzare l’asticella spontaneamente, senza bisogno che un regolamento glielo imponga. Nel nostro campo questo vuol dire che la compliance è il pavimento. Chi si limita a calpestarlo senza guardare più in alto sta già facendo un lavoro mediocre.
Passiamo dal piano filosofico a quello normativo. Il Codice Deontologico della professione di Chimico e di Fisico, aggiornato dalla Federazione Nazionale nel 2024, contiene principi che andrebbero riletti periodicamente. Non per dovere burocratico, ma perché toccano nervi scoperti della nostra pratica quotidiana.
L’articolo 3 dice che il professionista svolge una funzione di pubblica utilità. Parole grosse, che impongono di alzare lo sguardo oltre la fattura da emettere. Lo stesso articolo parla di autonomia e indipendenza del giudizio tecnico. Bellissimo in teoria. Nella pratica, mantenere quell’indipendenza quando il committente ti fa capire, magari senza dirlo esplicitamente, che si aspetta un certo tipo di conclusione, è un’altra storia.
L’articolo 13 è più esplicito: il professionista non deve trovarsi in soggezione rispetto agli interessi del committente. Deve informare il cliente su tutti gli aspetti della prestazione e, se necessario, proporre impostazioni diverse da quelle desiderate dal cliente. Detto in modo diretto: il Codice ti obbliga a portare brutte notizie quando servono.
Poi c’è l’articolo 11, a stabilire che il professionista rifiuta gli incarichi che non può svolgere accuratamente o per cui non ha competenza. Accettare un lavoro sapendo che i tempi sono ridicoli, o che l’argomento è fuori dalla nostra reale competenza, non è solo imprudente. Il Codice lo qualifica come illecito disciplinare.
La convergenza con Taleb salta agli occhi. Il Codice affida all’Ordine il compito di garantire ai cittadini la qualità professionale degli iscritti. Questa garanzia funziona solo se il professionista rischia qualcosa: la reputazione, l’Albo, il diritto di esercitare.
Passiamo ai fatti, perché le teorie da sole non bastano. Il consulente regolatorio lavora in un mercato dove il cliente è sia chi paga sia chi riceve il giudizio. Questa doppia natura del rapporto è la radice di quasi tutte le tensioni etiche del mestiere.
Dire no è la cosa più difficile. E probabilmente la più importante. No a chi vuole un dossier più “morbido”. No a chi ti chiede, con un sorriso, se non si potrebbe evitare di menzionare quel dato sperimentale un po’ scomodo. No a chi ha già fissato la data di lancio del prodotto e ha bisogno della tua firma entro venerdì. Ogni volta che dici no metti a rischio qualcosa di concreto: un cliente, un contratto, una relazione professionale costruita in anni. Ma ogni volta che dici sì quando dovresti dire no, stai scaricando il rischio su qualcun altro. Su persone che non conosci e che non ti hanno chiesto nulla.
Poi c’è il problema dell’interpretazione. La tossicologia regolatoria è piena di giudizi discrezionali. Come interpreti un NOAEL borderline. Quale assessment factor applichi. Come gestisci una lacuna nei dati: read-across, worst case, o fai finta che non esista? In questa zona grigia la tentazione di inclinare, magari inconsapevolmente, il giudizio verso ciò che il cliente vuole sentirsi dire è sempre presente. Non servono cattive intenzioni: basta il bias che viene dal sapere chi firma l’assegno. L’unico antidoto serio è la trasparenza: mostrare il ragionamento, dichiarare le assunzioni, lasciare che le conclusioni possano essere messe in discussione. Un’interpretazione che si nasconde dietro un linguaggio volutamente opaco non è prudenza: è disonestà intellettuale.
E infine il tempo, la risorsa più scarsa. Le scadenze REACH non aspettano, i clienti vogliono tutto per l’altro ieri, e le tariffe sono sotto pressione perché c’è sempre qualcuno disposto a farlo per meno. La tentazione di consegnare un lavoro che sembra completo ma ha delle falle è quotidiana. Anche qui l’onestà richiede coraggio: dire al cliente quanto tempo serve davvero, e se il tempo non c’è stato, segnalare cosa non si è potuto verificare come si sarebbe dovuto.
Non voglio chiudere con una lista di buoni propositi. Preferisco condividere quello che negli anni mi ha aiutato a dormire la notte con la coscienza ragionevolmente pulita. Primo: essere trasparenti fino in fondo, anche sulle cose che non sappiamo. Un cliente che scopre le incertezze da solo, o peggio dall’autorità competente, non ti perdonerà mai. Uno a cui le hai spiegate fin dall’inizio ti rispetterà. Secondo: imparare a dire “questo incarico non fa per me” quando è il caso. Il Codice lo impone, e il mercato sul lungo periodo premia chi mantiene standard alti. Terzo: lavorare sulla propria indipendenza economica. Più clienti hai, più sei libero con ciascuno di loro. Se un singolo committente rappresenta metà del tuo fatturato, la tua autonomia di giudizio è già compromessa in partenza. Quarto: accettare di non sapere tutto. Il consulente che chiede aiuto, che coinvolge specialisti, che dice “devo approfondire questo punto”, non perde autorevolezza. Ne guadagna. Quinto: frequentare i colleghi, partecipare alla vita dell’Ordine, discutere i casi difficili. L’isolamento professionale è il brodo di coltura perfetto per le scorciatoie etiche. Il nostro mestiere serve a proteggere le persone e l’ambiente. Non è poco. E proprio perché non è poco, merita di essere praticato con un’etica che vada oltre la conformità formale. L’incertezza fa parte del gioco: trattarla con rispetto, anziché nasconderla, è forse la forma più alta di competenza professionale.
Sono Fabio Lunghi, Chimico con Master in ‘Valutazione e controllo del rischio tossicologico’ all’Università di Pavia. Aiuto le aziende a navigare il complesso mondo della conformità normativa (REACH, CLP, Biocidi) attraverso consulenze mirate, valutazioni del rischio e formazione.