
Secondo quanto riportato dal Financial Times la proposta della Commissione Europea di imporre un divieto sui cosiddetti “forever chemicals” (PFAS) avrebbe importanti ripercussioni economiche.
La Commissione Europea stima che un divieto totale sui PFAS potrebbe risparmiare circa 110 miliardi di euro entro il 2050 in termini di costi sanitari e ambientali.
Senza modifiche alla legislazione attuale, i costi per la gestione delle patologie, la decontaminazione dei siti e la gestione dell’inquinamento potrebbero raggiungere i 440 miliardi di euro nello Spazio economico europeo entro il 2050.
Con un divieto totale, questi costi scenderebbero a 330 miliardi di euro.
È importante notare che queste cifre sono stime conservative: non includono l’impatto sugli ecosistemi (che non è stato possibile quantificare) e limitano i costi sanitari solo a quattro gruppi specifici di PFAS, poiché gli effetti di altre tipologie non sono ancora sufficientemente studiati.
I PFAS (sostanze per- e polifluoroalchiliche) comprendono oltre 10.000 sostanze chimiche note per la loro persistenza nell’ambiente e il difficile degrado, dovuto al forte legame tra molecole di carbonio e fluoro. Sono utilizzati in una vasta gamma di prodotti, dagli indumenti impermeabili e schiume antincendio fino ai semiconduttori, e sono stati collegati a gravi problemi di salute come cancro e infertilità.
La proposta di restrizione è stata presentata nel 2023 da cinque paesi (Norvegia, Germania, Svezia, Danimarca e Paesi Bassi) all’ECHA, che sta attualmente valutando le implicazioni.
Il Cefic ha espresso preoccupazione, sostenendo che le restrizioni potrebbero interrompere le catene del valore e eliminare applicazioni chiave per batterie, veicoli elettrici, semiconduttori e energie rinnovabili, scoraggiando gli investimenti nell’UE. Tuttavia, alcune grandi aziende chimiche hanno già iniziato a eliminare gradualmente alcune di queste sostanze per il rischio di contenziosi legali.
Attivisti e organizzazioni come l’European Environmental Bureau chiedono l’applicazione del principio “chi inquina paga”, sostenendo che i costi della pulizia non dovrebbero ricadere sui cittadini avvelenati dalle sostanze. La Commissione ha anche analizzato uno scenario in cui si rispettassero pienamente gli standard di qualità ambientale per le acque sotterranee e superficiali senza un divieto totale. In questo caso, i costi di bonifica e trattamento delle acque reflue sarebbero così elevati da portare il conto totale a 1,7 trilioni di euro entro il 2050, nonostante una riduzione dei costi sanitari. Per questo motivo, la Commissione conclude che un divieto totale avrebbe i costi sociali più bassi, poiché fermare la produzione ridurrebbe le emissioni alla fonte.