
KEY POINTS
- In un mestiere che ruota tutto attorno alla dose, il rischio meno sorvegliato non è la dose mancante, ma quella in eccesso: anche la prudenza ha una soglia oltre la quale smette di proteggere.
- Vale allo stesso modo per una scheda di sicurezza, per un dossier REACH o per un fascicolo cosmetico: venticinque frasi P non proteggono l’operatore, lo convincono a non leggerne nessuna, mentre un documento ipertrofico non trasmette scrupolo ma il sospetto che dentro ci sia una debolezza da nascondere.
- Non è un invito a fare meno, perché sotto la soglia efficace c’è la non conformità. È un invito a togliere con cognizione di causa, che richiede più giudizio dell’aggiungere per sicurezza ed è l’unico modo perché la frase che conta arrivi a chi la deve leggere.
“In un mondo ricco di informazione, l’abbondanza di informazione comporta la scarsità di qualcos’altro: la scarsità di ciò che l’informazione consuma.
E che cosa consumi l’informazione è piuttosto evidente: consuma l’attenzione di chi la riceve. Perciò la ricchezza di informazione genera una povertà di attenzione, e la necessità di allocare quell’attenzione in modo efficiente tra le troppe fonti che potrebbero consumarla.”Herbert A. Simon, “Designing Organizations for an Information-Rich World”
Per portare l’acqua a ebollizione servono cento gradi, non uno di più. Puoi alzare la fiamma al massimo, tenere la pentola sul fuoco un’ora invece di dieci minuti, ma la temperatura dell’acqua rimane 100°C. Oltre quella soglia non stai facendo niente di utile, stai soltanto bruciando gas per riempire la cucina di vapore. Tim Ferriss, scrittore americano che ha fatto del misurare sé stesso un mestiere e ha venduto qualche milione di copie insegnando a ottenere molto con poco, usa proprio l’acqua che bolle per definire quella che chiama la dose minima efficace, la minimum effective dose, cioè la quantità più piccola di uno stimolo capace di produrre il risultato voluto. Sotto quella soglia non succede niente, sopra comincia lo spreco, che a un certo punto si trasforma in danno.
La parola dose, per chi come me passa le giornate dentro la chimica e i suoi regolamenti, non è una metafora presa a prestito da un libro di crescita personale, ma il cuore stesso del mestiere, la grandezza attorno a cui ruota tutta la tossicologia da Paracelso in poi. Vale allora la pena di notare che un principio nato in palestra e nei manuali di produttività descrive con precisione una malattia diffusa nel nostro settore, la malattia dell’eccesso. Siamo cresciuti con una convinzione mai dichiarata apertamente ma sempre operante, ovvero che di conformità non se ne abbia mai abbastanza: che una scheda di sicurezza più lunga sia migliore, che un dossier più pesante sia più solido, che una frase di pericolo in più non abbia mai controindicazioni. È un istinto umano e comprensibile, perché nasce dalla paura di una domanda dell’autorità a cui non si sappia rispondere, di un’ispezione che scopra un vuoto, di una responsabilità che finisca per ricadere su di noi. Si riempie, si accumula, si blinda, come se la quantità fosse di per sé una forma di assicurazione. Ma è quasi sempre sbagliato.
Prendiamo la scheda di sicurezza, il Regolamento 2020/878 stabilisce con precisione che cosa debba contenere, ma non impone da nessuna parte di annegare l’utilizzatore in ogni possibile avvertenza, eppure la tentazione della sovraclassificazione resta fortissima: nel dubbio si classifica, nel dubbio si aggiunge, nel dubbio si mette un consiglio di prudenza in più, tanto non si sa mai. Il risultato lo conosciamo tutti: schede con venti o venticinque frasi P allineate una dopo l’altra, molte delle quali generiche o ridondanti.
Ed è qui che scatta il paradosso già intuito da Ferriss con la sua pentola, perché oltre una certa soglia l’informazione aggiuntiva non protegge di più, protegge di meno. L’operatore che si trova davanti un muro di prescrizioni non le legge, le salta tutte e finisce per ignorare anche quella davvero importante, così che la dose eccessiva di prudenza produce esattamente ciò che voleva evitare, cioè la disattenzione. Basta immaginare un magazziniere con i guanti addosso e la fretta di chiudere il turno, davanti a una scheda che elenca cautele per ogni evenienza: quel foglio, pensato per proteggerlo, gli chiede uno sforzo di lettura che nessuno nella sua posizione compie davvero, tanto che la ventesima frase seppellisce la prima, quella che magari gli avrebbe salvato una mano. Chi ha presente il concetto tossicologico di ormesi ritrova qui la stessa forma, quella di una curva che a un certo punto si inverte, dove il rimedio si mette a produrre il danno che avrebbe dovuto prevenire.
Lo stesso vale per i dossier di registrazione, dove capita di vedere fascicoli gonfiati con studi ripetuti, allegati che nessuno leggerà mai, argomentazioni difensive costruite per prevenire obiezioni che nessuno solleverà, nella convinzione che la mole trasmetta serietà. Non funziona così, perché un valutatore dell’ECHA che apre un dossier ipertrofico non pensa di avere davanti un’azienda scrupolosa, sospetta piuttosto che dentro quella massa si nasconda qualche debolezza che si è cercato di seppellire.
La dose minima efficace, applicata a un fascicolo tecnico, vuol dire un’altra cosa, cioè individuare i pochi studi chiave che reggono davvero la conclusione e presentarli con chiarezza, invece di annacquarli in un mare di materiale accessorio. Vale in registrazione, vale in una valutazione del rischio chimico sul luogo di lavoro, vale in un fascicolo di autorizzazione biocida.
Chi lavora con i cosmetici riconosce la stessa deriva nel fascicolo informativo di prodotto previsto dal Regolamento 1223/2009, dove alla relazione sulla sicurezza si allega qualunque cosa pur di sembrare inattaccabili, mentre il giudizio di chi la firma rischia di annegare tra gli allegati di contorno. La forza di un documento tecnico non si misura al peso.
A questo punto è doveroso piantare un paletto, perché la dose minima efficace è un’idea che si presta a un frainteso pericoloso. Minimo efficace non vuol dire minimo indispensabile per cavarsela, non è un invito a fare il compitino, a tirare via, a produrre il documento più scarno che riesca a passare un controllo distratto. Ferriss stesso lo ripete di continuo: sotto la soglia efficace non succede niente, l’acqua a novanta gradi non bolle. Nel nostro mestiere la sottodose ha un nome preciso e sgradevole, si chiama non conformità, con conseguenze ben più gravi di qualche pagina di troppo.
Il punto quindi non è fare meno per pigrizia, ma fare esattamente quanto serve, che è cosa molto più difficile, perché richiede di conoscere davvero dove passa la soglia. Sapere a che temperatura bolle un certo problema regolatorio è competenza pura, il contrario esatto della fretta e del disinteresse, perché il principiante aggiunge per sicurezza mentre il vero esperto toglie con cognizione di causa. La differenza tra i due non sta nella mole del lavoro ma nella qualità del giudizio.
Aggiungere è facile e ci fa sentire tranquilli, mentre togliere richiede il coraggio di prendersi una responsabilità, quella di dire che una certa cosa lì non serve. Paracelso ci ha insegnato che è la dose a fare il veleno. Cinquecento anni dopo, un americano che scrive di produttività ci ricorda il rovescio della stessa medaglia, ovvero che anche il rimedio è questione di dose, quasi sempre più piccola di quanto la nostra ansia vorrebbe. La prossima volta che rileggete un vostro documento, prima di aggiungere l’ennesima riga, provate a chiedervi se l’acqua non stia già bollendo. Spesso ha già raggiunto i cento gradi e state solo sprecando il vostro gas.
Sono Fabio Lunghi, Chimico con Master in ‘Valutazione e controllo del rischio tossicologico’ all’Università di Pavia. Aiuto le aziende a navigare il complesso mondo della conformità normativa (REACH, CLP, Biocidi) attraverso consulenze mirate, valutazioni del rischio e formazione.