
KEY POINTS
- Ogni cinque anni ECHA è obbligata per legge a esaminare il funzionamento di REACH e CLP: il quarto rapporto, di giugno 2026, fotografa un sistema maturo che funziona, ma sotto pressione crescente.
- Il problema ricorrente non è l’impianto delle regole, è la qualità dei dati: dossier incompleti, sottoclassificazioni sistematiche per la tossicità riproduttiva, e una non conformità altissima sulle sostanze importate dentro le miscele.
- I comitati scientifici sono al limite, il mandato dell’agenzia si allarga oltre REACH, e la vera sfida dei prossimi anni sarà fare di più con risorse instabili.
C’è una clausola di REACH che si dimentica sempre, perché non riguarda né le sostanze né le aziende ma la legge stessa. L’articolo 117(2) impone a ECHA di fermarsi ogni cinque anni e guardarsi allo specchio: descrivere come stanno funzionando, nella realtà e non sulla carta, i regolamenti REACH e CLP. È un esercizio di onestà istituzionale piuttosto raro, e questo mese ne è uscita la quarta edizione, relativa al periodo 2021-2025.
Ho passato un po’ di tempo a leggerlo, e se dovessi riassumere il referto in due parole sceglierei queste: maturo ma affaticato. Il sistema funziona, è più solido e prevedibile di dieci anni fa, ma comincia a mostrare la fatica di un organismo a cui si chiede sempre di più. Provo a estrarne, per chi lavora in questo campo, le cose che contano davvero. Non tutte sono buone notizie, e proprio per questo vale la pena conoscerle.
Dalle scadenze alla sorveglianza
La prima cosa da capire è che il periodo appena chiuso è qualitativamente diverso dal precedente. Il quinquennio 2015-2020 era ancora dominato dalle grandi scadenze di registrazione; questo è stato il primo interamente dedicato a lavorare dentro la banca dati, non a riempirla. Lo strumento è lo screening sistematico: ECHA, nell’ambito della sua Strategia Regolatoria Integrata, ha passato al setaccio oltre seimila sostanze, spesso a gruppi, e ne ha individuata circa una su tre come potenziale candidata a un’azione di gestione del rischio.
È un cambio di passo importante. Significa che il motore della regolazione non è più la lettera della scadenza ma l’iniziativa dell’agenzia, che parte da un segnale di preoccupazione e lo fa salire, gradino dopo gradino, fino alla classificazione armonizzata, alla restrizione o all’autorizzazione. Più intelligente, certo. Ma anche più dipendente dalla qualità di ciò che le aziende hanno depositato anni fa.
Il vero malato è la qualità del dato
Ed è qui che il rapporto è più impietoso, perché ripete una diagnosi che torna ad ogni edizione: l’impianto delle regole tiene, è la qualità dei dati a non tenere. Molti dossier di registrazione non soddisfano i requisiti informativi, gli adattamenti sono spesso poco documentati, e una quota enorme di registrazioni resta semplicemente vecchia. Più della metà delle registrazioni attive non è stata aggiornata nel quinquennio, e una su sei non viene toccata da oltre dieci anni, nonostante nel frattempo siano cambiati requisiti e obblighi.
Tre dati, in particolare, dovrebbero far riflettere chi compila dossier.
Il primo riguarda la tossicità riproduttiva. Quando ECHA è andata a verificare, in oltre cento casi ha concluso che l’autoclassificazione dell’azienda era troppo blanda: una Repr. 2 dichiarata dove era giustificata una Repr. 1B. Non un errore di trascrizione, ma una sistematica sottostima del pericolo più grave che una sostanza possa avere. È il tipo di scostamento che, moltiplicato per un mercato intero, dice molto sul grado di prudenza con cui il dato viene maneggiato.
Il secondo riguarda le importazioni. Per le sostanze importate da sole la non conformità all’obbligo di registrazione è intorno al sette per cento, in linea con il passato. Ma per le sostanze importate dentro le miscele schizza a circa un terzo. È il punto cieco del sistema: chi importa una miscela eredita la sostanza di un altro e troppo spesso non la registra, per disattenzione o per scelta.
Il terzo è un’ammissione quasi inedita per un’agenzia. Sulle nanoforme, nonostante gli obblighi specifici in vigore dal 2020, l’informazione disponibile è rimasta insufficiente: i requisiti non sono stati soddisfatti, e ECHA arriva a dire che il funzionamento stesso della regola per i nanomateriali è in discussione e che forse serve un approccio diverso. Quando il regolatore scrive che la propria regola non sta funzionando, vale la pena ascoltarlo.
Da tutto questo nasce la raccomandazione più dura del rapporto: i dossier privi delle informazioni obbligatorie andrebbero rispediti al mittente prima di entrare nel ciclo di pianificazione, e si dovrebbe poter revocare la registrazione in caso di non conformità persistente. È la fine, almeno nelle intenzioni, della tolleranza verso il dossier depositato tanto per esserci.
I comitati al limite
C’è poi un affaticamento che riguarda le persone, non i dati. I due comitati scientifici di ECHA, il RAC per la valutazione del rischio e il SEAC per l’analisi socioeconomica, sono apertamente sotto stress, con un numero di membri sotto la soglia ritenuta minima per reggere il carico attuale.
Due vicende lo spiegano bene. La prima sono i cromati: una sentenza della Corte di giustizia ha imposto un livello di dettaglio molto più alto nelle domande di autorizzazione del cromo esavalente, e il risultato è stato una valanga di domande individuali che ha intasato i comitati. La risposta dell’agenzia è quasi paradossale: per liberarsi dell’arretrato sulle autorizzazioni, ha chiesto alla Commissione di poter preparare una restrizione che le sostituisca quasi tutte. La seconda è la restrizione universale sui PFAS, presentata nel 2023 da cinque Paesi: così vasta da aver assorbito, da sola, l’intera capacità di lavoro sulle restrizioni per tre anni. I pareri dei comitati sono attesi nel 2026.
Per dare la misura del problema, il rapporto stima che, con i nuovi compiti in arrivo, al RAC servirebbero oltre cento pareri in più all’anno e al SEAC una cinquantina. Numeri che con l’organico attuale sono semplicemente irraggiungibili. La speranza è riposta nella nuova “Basic Regulation” di ECHA, proposta nel luglio 2025, che dovrebbe dare all’agenzia un bilancio unico e più flessibilità. Ma è una promessa, non ancora una soluzione.
Cosa cambia per chi lavora
Al di là della diagnosi di sistema, il rapporto contiene diversi segnali concreti per chi opera sul mercato.
Le nuove classi di pericolo del CLP – interferenti endocrini, PBT/vPvB, PMT/vPvM – non sono più teoria: stanno già generando lavoro di classificazione armonizzata e cambieranno l’etichettatura di molte sostanze. Chi non ha ancora rivisto il proprio portafoglio alla loro luce è in ritardo.
L’inventario delle classificazioni ed etichettature, migrato sulla nuova piattaforma ECHA CHEM, è quasi raddoppiato nel quinquennio, da centosettantamila a trecentosessantamila sostanze. E c’è una novità che molti sottovalutano: dal primo luglio 2026 verranno pubblicati i nomi dei notificanti e le ragioni delle classificazioni divergenti. Tradotto: se la vostra autoclassificazione è più morbida di quella dei concorrenti sulla stessa sostanza, presto sarà visibile, con il vostro nome accanto. La trasparenza diventa una pressione.
E poi il messaggio trasversale, quello che vale per tutti: tenere i dossier aggiornati e conformi smette di essere un consiglio e diventa una questione di sopravvivenza regolatoria, perché lo screening sistematico e l’ipotesi di revoca rendono molto più probabile che un dossier trascurato finisca sotto esame.
Un’agenzia a cui si chiede sempre di più
Resta, sullo sfondo, il paradosso che dà al rapporto il suo tono di fondo. Il mandato di ECHA si sta allargando ben oltre REACH e CLP – l’acqua potabile, gli inquinanti organici persistenti, altri compiti in arrivo – mentre il suo finanziamento resta fragile, dipendente per circa due terzi dal contributo europeo e per il resto da entrate da tariffe difficili da prevedere. Si chiede all’agenzia di fare di più, su più fronti, proprio mentre il vento politico europeo soffia verso la semplificazione e la competitività.
Avevo scritto, tempo fa, che la revisione di REACH era stata di fatto accantonata: sei anni per non cambiare niente. Questo rapporto è il seguito naturale di quella storia. Perché racconta cosa succede quando si rinuncia a riformare un sistema ma gli si continua a chiedere di lavorare: il sistema non si rompe, ma invecchia, accumula arretrati strutturali, e sposta sull’enforcement e sulla buona volontà degli operatori il peso di ciò che la legge non ha saputo semplificare.
La parola “maturo”, in fondo, è ambivalente. Indica solidità, esperienza, processi rodati. Ma indica anche il momento in cui la crescita si ferma e comincia un’altra fase, quella in cui mantenere ciò che funziona costa più fatica che costruirlo. Il merito di questo rapporto è di dirlo con una franchezza che non sempre ci si aspetta da un documento ufficiale. E un sistema capace di guardarsi allo specchio e ammettere di essere stanco è, paradossalmente, un sistema ancora in salute.
Fonti
ECHA, Report on the operation of REACH and CLP 2026, giugno 2026 (rapporto quinquennale ai sensi dell’articolo 117(2) del Regolamento REACH). Regolamento (CE) n. 1907/2006 (REACH); Regolamento (CE) n. 1272/2008 (CLP), come modificato dal Regolamento delegato (UE) 2023/707 e dal Regolamento (UE) 2024/2865.
Sono Fabio Lunghi, Chimico con Master in ‘Valutazione e controllo del rischio tossicologico’ all’Università di Pavia. Aiuto le aziende a navigare il complesso mondo della conformità normativa (REACH, CLP, Biocidi) attraverso consulenze mirate, valutazioni del rischio e formazione.